Giacomo Leopardi e l’Antropocentrismo

A proposito del ‘pessimismo cosmico’ leopardiano, teoria che non mi ha mai convinto così come viene tradizionalmente insegnata, ecco un dialogo filosofico di grande vivacità dominato da ironia e disincanto. Giacomo Leopardi mette in ridicolo l’antropocentrismo delle religioni rivelate e dello stesso scientismo illuminista, burlandosi dell’idea che l’uomo possa davvero considerarsi la misura di tutte le cose.
L’interpretazione del “Dialogo della Natura e di un Islandese” come lamento esistenziale ha dominato per decenni la critica leopardiana, comprimendo la complessità filosofica dell’opera in una semplice espressione del dolore cosmico. A una lettura più attenta, il testo si rivela in realtà una critica all’arroganza dell’antropocentrismo, anticipando questioni che diventeranno centrali solo nel dibattito filosofico ed ecologico moderno. Il contesto in cui Leopardi scriveva era caratterizzato dal trionfo dell’Illuminismo e dalla fiducia nella centralità dell’uomo rispetto all’ordine cosmico. Le filosofie settecentesche avevano posto l’essere umano al centro della creazione, eredità del pensiero cristiano che vedeva l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio: contro questa visione dirige Leopardi la sua critica filosofica, demistificando e ridicolizzando la prospettiva antropocentrica.
Nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, il poeta perviene al riconoscimento del fatto che l’universo non è stato creato su misura per l’uomo, e che questi non è stato creato a immagine e somiglianza di nessuno: non vi è crudeltà nella morte e nella sofferenza, Leopardi suona la squilla di un’intima rivolta contro la logica specista e prende atto di un’intrinseca fragilità nella condizione umana. Questo non perché la vita sia inutile, triste o motivo di pura sofferenza, ma perché l’universo si regge su un delicato equilibrio tra generazione e distruzione, l’una funzionale all’altra.
Lo scenario in cui si svolge il dialogo è l’Africa (savana o foresta non importa), dove un esploratore islandese incontra un idolo di pietra dalle sembianze femminili che si muove e gli parla, presentandosi come la Natura. L’Islandese la accusa di aver creato un mondo a danno degli uomini, un pianeta minaccioso, selva di insidie, dove la morte è un pericolo costante e la sofferenza una condizione ineludibile. Più che di un materno afflato, si direbbe quasi la manifestazione di una crudeltà perversa. Tuttavia, è la voce del personaggio a parlare, non quella del poeta, che in realtà prende le distanze da questa sua lamentela.
Leopardi pone in bocca alla Natura in risposta alle accuse dell’uomo un capolavoro di lucidità e disincanto: sono queste le leggi eterne del cosmo che non è un giardino pensato per la gioia umana, ma un immenso sistema che si regge su un perenne ciclo di vita e morte. Ogni forma è destinata a dissolversi per far posto ad altre forme, in un meccanismo di generazione e distruzione che trascende e ignora le aspirazioni, le paure e le rivendicazioni del genere umano. La Natura non è buona né cattiva, è indifferente: opera secondo leggi immutabili, senza alcuna considerazione per le sorti di una singola specie.
Qui sta la genialità del filosofo. Il dialogo non è un lamento sulla condizione umana, ma una demistificazione radicale dell’arroganza umana. L’Islandese viene ridicolizzato: la sua accusa di crudeltà rivela solo l’incapacità di comprendere la grandezza impersonale dell’ordine cosmico. Si tratta di una critica feroce a quell’idea, radicata nella tradizione religiosa e poi secolarizzata dall’Illuminismo, secondo cui l’uomo sarebbe il vero scopo della creazione, dotato di un destino privilegiato. La Natura personificata nell’idolo di pietra spazza via ogni traccia di questo privilegio, riducendo l’uomo a una parte minima, tutto sommato sacrificabile, di un meccanismo molto più grande.
Questa visione leopardiana presenta diverse analogie con le moderne teorie ecologiche che hanno messo in discussione l’antropocentrismo occidentale: l’idea che l’uomo debba imparare a rispettare la natura anziché dominarla, centrale nel pensiero ambientalista contemporaneo, trova una sua anticipazione filosofica nella concezione leopardiana dell’equilibrio cosmico. Leopardi intuiva già l’inadeguatezza di una visione del mondo che ponesse l’essere umano al centro dell’ordine naturale, proponendo invece una prospettiva che riconoscesse la sua posizione marginale rispetto alla creazione del mondo.
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