Federico Berti, Funamboli. Memorie di un saltimbanco (2026).

Ho sempre pensato che siamo tanti funamboli in bilico su un crine di cavallo. Tu prendi un filo, provi a tenderlo tra due pali piantati in terra e ti accorgi che tra un capo e l’altro corrono infiniti punti: se vuoi camminarci sopra, devi percorrerli tutti. Così tra due luoghi a caso in una mappa, comunque tu li scelga, correrà sempre la stessa distanza del filo, perché non esiste una misura più grande dell’infinito: da Londra a Melbourne è lo stesso che tra Vermiglio e Pontedilegno: quando parti per un viaggio, donde tu venga, ovunque tu vada, stai percorrendo tutto l’universo e quando arriverai, non sarai più lo stesso di quando sei partito.
Stamattina ad esempio, quando all’alba ci siamo svegliati in riva al lago, avevamo davanti a noi una sessantina di chilometri, pareva una tratta da niente, ma poi… Eh, poi è cambiato il tempo, non più il sole sparato negli occhi, ma una pioggerella fastidiosa da inzaccherare il vetro, tra gomiti e tornanti si è messo a sfruscolare e saliti sul Tonale fioccava come non ci fosse un domani. Tutto però è avvenuto gradualmente, fino all’ultimo abbiam tirato avanti alla meglio e infine eccoci qua, in vetta al passo, ostaggi di un punto tutt’altro che fermo nell’universo.
Un po’ è colpa mia, lo ammetto. Le ho messo pressione perché mi aspettano a valle, Pimpa, sbuffando come una mucca nervosa, mi ha assecondato, ma poteva risparmiarsela questa ciaspolata a motore; man mano che il ciuccio risaliva il fianco della montagna, la velocità dimezzava una, due, tre volte, le gomme han preso a sguillare e la frizione a fumare sui tornanti scivolosi, finché non ci siam bloccati al termine di una salita con pendenza da vertigine, in bilico sul baratro di una valle interna e senza protezione.
“Ora che si fa?” domando.
“Che vuoi mai, si aspetta lo spartineve” risponde lei.
Pimpa è una corpulenta versiliana dai capelli corti spianati, spalle larghe, petto prorompente, labbra carnose e un glicine tatuato sul polso, una pianta che cammina e resiste pure all’apocalisse: finirà il mondo, resterà solo una gigantesca rete di glicini che orbita ruotando su sé stessa lungo l’asse terrestre. Una mano salda sul volante, coll’altra la mucca sacra si arrotola una cicca, occhieggiandomi irritata dalla mia logorrea; la discesa davanti a noi è tutta imbiancata da una neve umida e scivolosa, levigata dal vento: lei accosta un poco a bordo strada e ferma il veicolo proprio sulla sommità panoramica.
Una prospettiva irreale si apre da qui, in lontananza le rose del mitico re Laurino compresse dalla curvatura della prospettiva, tutt’intorno strade che s’attortigliano alla pietra, serpeggiando tra i boschi ad alto fusto; qua e là villaggi isolati, in fondo alla valle il lago di Santa Giustina che si direbbe quasi lì a due passi: vien da allungare il braccio per immergervi la mano. Pimpa mi guarda e sbuffando un’altra volta si alza dal sedile, passando tra i due schienali nell’abitacolo del camper.
“Nonnò, non se ne parla nemmeno” replica, al mio silenzio. Scuote la testa con disappunto, quindi apre uno degli scomparti, ne cava un bollitore, lo riempie, accende il fuoco.
“Ma non c’è linea” mormoro, un po’ lamentoso lo ammetto: “Col telefono qui si potrebbe giocare a piastrelle, non c’è modo di chiamare i soccorsi, come li avviso adesso quelli là?”.
“Boh, fatti una slitta e scendi a valle” protesta lei con una smorfia, calando sugli occhi la visiera del berretto e incrociando le braccia.
Funamboli siamo, stambecchi in precario equilibrio s’un pinnacolo di roccia. Mentre penso queste cose, provo a passare anch’io tra i due sedili anteriori per andarmi a stendere sul letto basculante, ma perdo l’equilibrio e con uno scatto sbilancio il mezzo, che all’improvviso inizia a scivolare.
Lentamente, pochi centimetri alla volta.
Me ne accorgo dal vetro che scorre come un ennesimo fondale dipinto. Pimpa spalanca gli occhi, solleva appena il busto, guarda in fuori, poi dentro, con movimento fluido, misurato, sostenendosi all’arredo interno, si alza per tornare al posto di guida. Il pachiderma si sposta qualche metro inclinandosi leggermente col muso da un lato e iniziamo a sprofondare nella discesa del muraglione. A quel punto il bollitore cade dal fornello rotolando fin dietro al mio schienale, lo raccolgo (non sia mai dovesse finirci in testa) mentre la donna prende in mano il volante e prova a controbilanciare la sbandata senza toccare il freno, ma è inutile: il mezzo prende velocità. Resto inebetito col bollitore in mano, allaccio la cintura dubbioso della sua reale utilità in quella circostanza, attratto dall’orrido della scarpata sotto di noi che mi risucchia lo sguardo.
A un tratto, proprio quando pare ineluttabile il tracollo, una cunetta solleva appena un poco le ruote che girano a vuoto nell’aria, sento muggire la frizione e il mezzo ricade sopra una cavalla di neve sul fianco della strada, che lo rattiene saldo fra le possenti braccia.
Lascio andare il respiro. Lei mi fulmina con lo sguardo. Siamo in salvo, o almeno così si direbbe a parte quella poiana in ronda circolare sopra di noi.
“Non resta che attendere Annibale cogli elefanti”, dico. Pimpa legge un’altra volta il mio sguardo, con un riso beffardo mi toglie il bollitore dalla mano, aprendomi una per una le dita rimaste attorcigliate intorno al manico, quindi torna ad attraversare i sedili e accende un’altra volta il fuoco.
“Dovrà pur passare, uno spartineve!” esclamo, più dubbioso che assertivo.
“Stai fresco” replica il glicine, “Non vedi là in terra? E’ uno strato sottile, fai conto una grattachecca spalmata sul fondo, più nebbia gelata che neve, prima che passi qualcuno, potrebbero volerci ore”.
“Mmm… Quanto c’è al paese più vicino?” chiedo.
“Saran cinque o sei chilometri, ma fossi in te mi risparmierei la freddata. A meno che tu non voglia noleggiare un elicottero, o finanziare la costruzione di una funivia da qui a mezzogiorno”.
Detto questo, Pimpa torna a sedere vicino al fornello, con le cosce robuste allungate sul sedile, sminuzzando una presa di tabacco nel palmo della mano. Per qualche minuto mi crogiolo nella presunzione di sentirmi al sicuro con quel monticello di neve sotto la pancia, ma dal lunotto posteriore, vedo comparire un’ombra velata dalla foschia, sulle prime penso a un cinghiale, un cervo o un lupo, poi però nel riconoscerne il muso, intuisco che è molto peggio.
Lassù in vetta alla rampa è spuntato un macchinino con le ruote incatenate, che vorrebbe fermarsi in vetta al muraglione, ma scivola prima lentamente, poi man mano prende velocità. Non so cosa pensare: noi qui siamo leggermente di sbieco sullo stradino del passo e dunque non vi son che due alternative possibili, o il poveretto sprofonda nel salto sfracellandosi contro i massi di granito, oppure finisce dritto contro il ciuccio bocciando anche noi e allora sì che stiamo freschi!
Tutti questi pensieri mi scintillano nell’occhio mentre il poveretto continua a prendere velocità scivolando proprio verso di noi; mi volto e Pimpa è già al volante, col finestrino abbassato e la testa fuori che guarda all’indietro, a me non resta che riprendere in mano il bollitore, spegnere il gas e quindi tornare al mio posto sul sedile davanti, puntellando le gambe, la schiena, e appigliandomi al maniglione in alto. Il moto d’un veicolo sul fondo gelato è fluido ma non uniforme, dipende da troppi fattori per poterne prevedere il comportamento: gli ultimi trenta metri il macchinino perde velocità, s’inclina leggermente da un lato e stoc! Viene a baciarci il culo. Niente di grave, dal rumore si direbbe che ha preso contro il paraurti. Si apre lo sportello, ne vien fuori uno smilzo dalle spalle strette, il viso incavato, la carnagione scura, due baffi e le sopracciglia sottili, arrancando verso di noi ad ampi gesti. Così a vederlo dall’aspetto, lo direi nativo di un luogo imprecisato fra i monti dell’Atlante e il delta del Nilo, non ho idea di come sia finito qui ma non sembra passarsela molto bene.
“Scussa ssignore io paga no problema” piagnucola. Pimpa risponde, con un caldo e complice sorriso:
“Figurati! Il paraurti è lì per quello. Tu piuttosto?
“Io niente male, hamduillah” risponde.
Un’aria meravigliosamente spettrale, sublime e perturbante, emana dalla prospettiva superna del belvedere, il mio sguardo percorre la corona dei monti velati di bianco, carezzando contropelo le chiome brizzolate del bosco che pare un sorbetto all’agrifoglio, mentre il fiato mi si condensa e rincalco il collo nelle spalle ingobbendomi per il freddo; la poiana è sempre lì che scivola sul vento con le ali immobili, due o tre cornacchie volano basse tra gli arbusti invernati.
“Senti un po’” risolve la macchinista, “Lo bevi un tè caldo? Ho messo l’acqua a bollire, vieni dentro a scaldarti con noi” e invita il tapino sul camper, con una cameratesca pacca sulla spalla. Lui la guarda sulle prime diffidente, non dev’essere abituato a socializzare con questi che a voce tutti uguali ma nei fatti si barricano dietro gli aculei del porcospino; a rassicurarlo credo siano i dignitosi e colorati stracci della Pimpa, che ricombina nel mondo reale gli stessi panni del suo costume di scena, quello del pagliaccio: è innocua, glielo leggi nella treccina che spunta dalla rasatura perfetta sulla nuca, negli zoccoli di legno sulla neve coi calzini in lana grossa sferruzzati a mano, nella caffettiera su cui viaggia. No, non gli faremo la doccia di benzina per accendergli un fiammifero sull’unghia, può star tranquillo
Ora il caso è un sarto fine che ordisce astrusi ricami frattali e così, proprio mentre il nostro nuovo amico si sta per convincere a montare in sella sul ciuccio, raggeliamo entrambi nel veder spuntare dalla rampa un terzo umbratile fantasma, l’ennesimo vagabondo che ha sottostimato il nevischio. Stavolta è un carretto a motore che viene risucchiato dallo scivolo prima ancora di riuscire a fermarsi, sculetta un paio di volte, si sbilancia, cade s’un fianco e continua a strisciare lungo la carreggiata compiendo mezzo giro sul proprio asse, finché si arresta sdraiato a una trentina di metri da noi. Restiamo immobili per qualche interminabile momento fissando la salma della lattoniera, poi non vedendo aprirsi lo sportello il magrebino prova a farglisi incontro, colle gambe flesse e le braccia distese che cercano un appiglio nell’aria, come le ali della poiana alta nel cielo.
Frattanto un sordo ragaglio mi avvisa che alle nostre spalle si è fermato un testardo mulo a motore, il quale venti metri più in basso ha puntato gli zoccoli rifiutandosi di proseguire: ne vien fuori una graziosa quarantenne con le gote rosse, gli occhi sottili all’etrusca, due lunghe ciglia da cerbiatta e un berretto di lana rincalcato fino alle orecchie. Appesa al portapacchi sul tetto, raggiunge con fatica il portabagagli aperto e ne cava una borsina di plastica rigida con le catene da montare. Prova a inginocchiarsi ma non riesce a mantener salda la postura e strapiomba continuamente, quindi richiama la mia attenzione con un cenno.
“Non verrebbe mica a puntellarmi il piede qui sotto?” chiede con garbo; appena riesco a raggiungerla, strisciando sul ghiaccio, pianto la suola dello scarpone contro il suo ginocchio, rattenendomi al sedile attraverso il vetro semiaperto. La poiana intanto continua a far la ronda nel cielo, mentre le cornacchie ci coglionano curnicolando tra i cespugli increspati.
Difficile descrivere il turbine dei pensieri che possono attraversarti in una situazione come quella, da un lato la tensione per l’emergenza, dall’altro la rassegnazione di trovarti in una bolla sospesa dove nulla di quel che sai potrebbe tornarti utile, dall’altro ancora l’estasi contemplativa di un luogo che, nella sua imperiosa crudeltà, ti stampa addosso una cartolina coi saluti dall’altro mondo. Quei banchi di nebbia che ogni tanto ravvolgono i nostri corpi son nuvole in transito, sul tetto di un mondo in ginocchio ai nostri piedi.
Un vecchio canuto dal pancino rotondo e le braccia corte riemerge finalmente dallo sportello aperto della lattoniera coricata s’un fianco, scuotendo il testone e guardandosi intorno sperduto; non fa in tempo a drizzarsi che nel tendere una mano all’arabo gli scivola il piede, caracolla in terra e insieme rotolano giù per una ventina di metri, fermandosi a pochi passi dal ciuccio e da noi; distratto da quella scena spassosa, perdo a mia volta la presa dal portapacchi adagiandomi, con tutto il peso del corpo, addosso alla bellona dalla guance rosse, sopra la quale mi trovo non so come sdraiato naso contro naso. Imbarazzato rullo e becheggio, per ritrovarmi seduto a gambe larghe di fronte a lei, e mi avvedo in quel momento che la fredda e imperturbanile Ananke, la dea del caso cui non manca il senso dell’ironia, ci ha disposti ordinati come scolaretti all’ora della merenda, a semicerchio davanti allo sportello aperto del camper, dal cui predellino Pimpa osserva divertita in piedi, col vassoio in mano e il tè fumante nelle tazze. Un raggio di sole spunta dal nuvoleto a irrorar la vallata d’una luce irreale, che brilla come polvere di stelle sull’arena di un immenso circo senza tendone. Siamo funamboli appesi a un filo per stendere i panni, penso tra me osservando ancora una volta la poiana che si lancia, in vertiginosa picchiata, infiniti punti più in là.


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