Eremitaggio urbano in Dino Buzzati

In questo racconto di Dino Buzzati mi colpiscono in modo particolare tre cose. In primo luogo l’immagine del confessionale ricavato dall’eremita in un camion abbandonato davanti a un’area industriale dismessa. Mi piace molto l’idea proposta dall’autore, come se vedesse in quel luogo un nuovo ‘deserto’ spirituale in cui cercare sé stessi. Essendo nato e cresciuto in una periferia estrema e degradata, quest’immagine mi tocca nel profondo.

Il secondo elemento di rilievo mi pare la ripetizione fiabesca della stessa sequenza: il prete che va a confessarsi in momenti critici della propria esistenza, mantenendo lo stesso dubbio, la stessa tormentata ossessione, man mano che sale nella gerarchia del potere in seno all’istituzione religiosa. E’ molto naive e forse proprio per questo efficace.

Il terzo e definitivo elemento è la commozione finale dei due religiosi, legati da un filo sottile che soltanto loro possono comprendere. Questa rappresentazione del pianto e dei singhiozzi, proprio per il fatto di trovarsi subito dopo un andamento quasi fiabesco, e in un contesto memorabile, moderno, tangibile, quello del degrado urbano, diviene ancor più intensa.

Spunti di riflessione

Buzzati sceglie un vecchio camion abbandonato in una zona industriale come luogo di spirito. Questa ambientazione rende la sua professione di fede e la confessione più ‘vere’ rispetto a una chiesa, un monastero o una cattedrale? Può il degrado urbano diventare il nuovo deserto degli eremiti moderni? Il sacro può abitare ovunque?

Il protagonista torna sempre con lo stesso dubbio, nonostante diventi Vescovo, Cardinale e infine Papa. La gerarchia del potere è un ostacolo all’umiltà o solo una prova più difficile da superare? Perché, secondo voi, Buzzati usa questa struttura così ripetitiva, quasi infantile?

Il ‘pretino’ si sente in colpa per il piacere che prova nei suoi titoli. È davvero un peccato o è semplicemente umano? Vi siete mai sentiti in colpa per un successo che sapevate essere, in fondo, vanità?

Nel finale, la struttura rigida della fiaba si rompe nel pianto comune. In quel momento, chi è il più forte tra i due? L’eremita che ha vissuto nel camion o il Papa che ha portato il peso del mondo?

Perché il pianto tra il Pontefice e l’eremita ci commuove così tanto? È la nostalgia per una semplicità perduta o il sollievo di scoprire che, sotto le vesti più ricche, siamo tutti ‘poveri piccoli preti’?

Se doveste confessare il vostro dubbio più grande, scegliereste il silenzio di una chiesa o la solitudine di questo deserto industriale?


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