Dickens a Garlasco.

Se Charles Dickens potesse assistere alla follia collettiva intorno al caso Garlasco si farebbe una grassa risata, lui che è stato reporter per la stampa inglese proprio sui fatti di cronaca nera, corrispondente dalle aule giudiziarie; davanti a un episodio così stravolto dalla cronaca, manipolato al punto da ridurlo a un grand-guignol esoterico in tinte forti, con tanto di ciclista fantasma, setta massonica (o satanica che dir si voglia), festini orgiastici per chierici lussuriosi al santuario, sedicente medium che va in televisione ad affermare di poter parlare con l’anima in pena della defunta vittima, lo scrittore inglese probabilmente si leverebbe il cappello omaggiando i giornalisti: “Mi avete dannatamente superato”. Del resto lo ha già fatto una volta in The Trial for Murder del 1865 dove si è preso gioco dello stesso atteggiamento che teneva la stampa ottocentesca davanti ai casi giudiziari più popolari: costruì un caso verosimile, sul tipo di quelli che imperversavano allora, vi infilò dentro il fantasma della vittima che torna dall’oltremondo per incastrare l’assassino assicurandosi la sua condanna; uscito per la prima volta su una rivista di teosofia, col titolo originario To be taken cum grano salis, questo racconto è una smaccata e divertita presa in giro del sensazionalismo caratteristico della stampa di allora, che non sembra essersi particolarmente evoluta a quanto pare.

Va detto che Dickens era uno scettico, non uno spiritista: quando infila delle anime perse nei suoi racconti lo fa per denuncia, come nel caso dello scambiatore sulla linea ferroviaria, o in quella satira sulle controversie religiose malcelata dietro il personaggio di Ebenezer Scrooge, tuttavia in genere il racconto si chiude nel perimetro della visione interiore, del sogno o dell’allucinazione, non si pinge quasi mai fino alla pretesa che questi spiriti abbiano una loro esistenza corporea indipendente da chi ha l’impressione di vederli. Così nel racconto del processo, il narratore sostiene di aver ‘visto’ l’immagine della vittima, però poi fa dichiarare all’assassino di aver visto il narratore stesso (presidente della giuria, al processo contro di lui) entrargli in camera la notte e mettergli un cappio al collo: ognuno insomma vede quel che gli pare, quando la suggestione va oltre i limiti del buon senso ed evolve in visione superstiziosa. È la popolarità del processo a far nascere gli incubi nelle persone, trasformando, come nel caso Garlasco, un’impronta colorata di rosso da un reagente chimico in un’impronta insanguinata nel racconto del reporter: ecco allora che migliaia di lettori ‘vedono’ quell’impronta, se la immaginano proprio così come descritta, il fantasma irrompe nella vita reale suscitando un clima di intimidazione contro la magistratura che segue il caso, reazioni contro gli avvocati e addirittura influenzando una campagna referendaria sulla separazione delle carriere: la visione fantastica diventa reale, quando influisce sulla realtà condizionandone lo sviluppo.

Negli anni di Dickens, proprio come avviene ancora oggi, i giornali londinesi riportavano a proposito dei processi dettagli macabri, controversie intorno alle deposizioni, comportamento degli imputati, reazioni della giuria, contribuendo alla spettacolarizzazione della giustizia. In quello stesso periodo del resto si diffondeva in Inghilterra la moda spiritista, con tanto di sedute medianiche, apparizioni, testimonianze di fantasmi: Dickens unisce questi due elementi, ma non per avallare l’ipotesi paranormale, quanto piuttosto per denunciare la corruzione del sistema giudiziario inglese, che non sarebbe mai arrivato a una soluzione del caso senza l’intervento del deus ex machina, la vittima stessa. Nel racconto questo emerge dal comportamento dei personaggi, dalle deposizioni ambigue o falsate dei testimoni, l’intero procedimento sembra più una farsa che un processo reale; l’autore adombra un riferimento a casi reali saliti alla ribalta della cronaca, in modo particolare al clima dei casi londinesi discussi all’Old Bailey, dove i medici legali litigavano pubblicamente sulla natura delle ferite e le dinamiche medico-legali. Insomma, viene da chiedersi che farebbe il fantasma di Chiara Poggi se potesse tornare dall’oltremondo, rivelando la verità sul proprio caso: qualche testa, è assai probabile, salterebbe.


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