Dal cappello dell’artista di strada al ‘Panaro solidale’. Nel picco della pandemia, Napoli oltre la cartolina.

Artisti di strada
e solidarietà
a Napoli

Dal Panaro solidale
allo sfratto del
Pazzariello

Tratto da F. Berti,
Gli artisti di strada
non sono mendicanti

Durante l’isolamento nel pieno della pandemia, l’iniziativa del panaro solidale ha fatto il giro del mondo, abbiamo visto le foto e letto gli articoli non soltanto nei giornali italiani. Non tutti sanno che questa iniziativa è partita in realtà da un collettivo di artisti di strada e che il paniere in origine era un cappello. Angelo Picone e la sua compagna Pina Andelora hanno costruito negli ultimi dieci anni un’esperienza di aggregazione e cultura ‘dal basso’ nel quartiere dell’Università a partire dall’appartamento in cui abitano e poco distante un teatrino delle tredici file, per dirla citando Grotowski e Brooks che di teatro sociale se ne intendevano. Hanno curato per molto tempo due calendari all’anno con il patrocinio della municipalità napoletana, avevano insomma il sostegno delle istituzioni oltre a quello della cittadinanza. Durante la quarantena per il Covid si sono posti un problema che in molti hanno sentito non solo a Napoli: quello di affiancare disperati e senza dimora, cittadini che una casa dove ‘restare’ non ce l’avevano. Così hanno ripreso il motto di quel santo medico tanto popolare proprio in quel quartiere di Napoli, dove il dottor Giuseppe Moscati curava i poveri lasciando un cappello rovesciato al posto della cassa, con su scritto:

“Chi ha metta ,
Chi non ha prenda’

San Giuseppe Moscati

San Giuseppe Moscati, la statua di bronzo nella chiesa del Gesù a Napoli. Il medico aveva uno studio in città, dove curava i poveri e teneva una bombetta nel proprio ambulatorio, in cui era scritto: chi ha metta, chi non ha prenda. Questa frase è stata fatta propria da una generazione di artisti di strada a cavallo del nuovo millennio.

Insomma, il paniere solidale era un cappello, per la precisione il cappello di un santo, un medico dei poveri. Me la ricordo bene questa frase perché una generazione di atisti di strada, quella di Angelo con cui ho diviso le piazze e la vita dell’hobo romantico ormai un quarto di secolo fa, l’aveva fatta propria e la ripeteva ogni giorno: era il motto con cui molti noi porgevano il cappello al pubblico, per far capire che non eravamo lì solo per ‘mestiere’ ma per una scelta di vita e di campo. Un’idea dell’arte al servizio del popolo, dell’idea, dell’utopia che tutti noi avevamo visto cadere insieme a muro di Berlino pochi anni prima. Chi ha metta, chi non ha prenda, ovvero a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità. Il cappello di ogni artista di strada era allora un panaro solidale, quando il Capitano girava col suo piccolo teatro instabile e tutta la casa in spalla come una lumaca. Racconto queste cose per dare un’idea più concreta dell’iniziativa che quest’inverno è diventata ‘virale’, mi si permetta di dirlo con un gioco di parole tutto sommato di cattivo gusto nel tempo della pandemia; vorrei insomma porre l’accento su quegli aspetti della mobilitazione che ai giornali interessano forse meno rispetto all’icona nazional-popolare condivisa in tutto il mondo, non solo la foto del cestino calato dal balcone e inoltrata da una casella di posta all’altra fino in Gran Bretagna, in America, in Turchia, ma qualcosa in più.

Una delle foto che hanno fatto il giro del mondo, ispirando iniziative simili anche fuori dall’Italia. Il panaro solidale, ispirato a una frase di San Luigi Moscati, medico dei poveri proprio nel quartiere Santa Chiara, un collettivo di artisti di strada.

Dov’è il problema?

Se le togliamo quella patina che l’ha resa virale, l’iniziativa del panaro solidale diventa persino ‘scomoda’ perché il Capitano visionario è andato a pescare nel torbido, come si dice, in una ferita aperta e grondante sangue, nel disagio che rappresenta per definizione il simbolo di una società più concentrata sull’avere che sull’essere. Un problema che anche a Bologna si è manifestato in tutte le sue contraddizioni durante il picco della pandemia, quando i senza fissa dimora venivano multati per l’inosservanza del decreto sull’isolamento. S’è mobilitata un’associazione di avvocati per chiedere l’annullamento delle sanzioni, ponendo in evidenza che non si può chiedere a un asino di volare, se quelle persone una casa dove stare non ce l’hanno, come possono restarvi in quarantena? Se i servizi sociali, il famoso ‘welfare’ dilaniato da trent’anni di tagli per le politiche neoliberiste che si sono alternate sia dai banchi di una destra nemmeno troppo velatamente neofascista, sia da quelli di una sinistra moderata e inconcludente (o socialfascista, come una volta veniva chiamata senza mezzi termini) non sono in grado di togliere dalla strada quelle persone, di provvedere alle condizioni igieniche e sanitarie minime, a dar loro un’istruzione, un lavoro, una casa per consentirne il reintegro in società, qualcuno dovrà pur provvedere. Non possiamo lasciarli morire di stenti, abbandonarli a sé stessi, ‘bonificarli’ come topi di fogna.

E’ per questo che nei mesi drammatici dell’inverno sono partite ovunque iniziative di solidarietà dal basso, non solo da parte della Caritas e non solo dal Capitano del Vico Pazzariello, ma anche da attivisti e militanti di tutto il mondo. Una contraddizione in termini, dal momento che la gestione dello stato di pericolo pubblico rappresentato dal contagio imponeva il passaggio attraverso una burocrazia in grado di registrare ogni movimento, per poter ricostruire l’eventuale percorso dei focolai qualora ne fossero partiti proprio da queste iniziative: se non possiamo tracciare le vie seguite dalla mobilitazione spontanea del popolo è inutile che il resto del paese resti a casa in isolamento, questo il paradosso: sentirsi presi tra l’incudine del disagio sociale e il martello di un servizio pubblico dissanguato, da un lato il lealismo di chi vorrebbe affrontare i problemi uniti nella comune sventura, dall’altro l’impossibilità di ridurre tutto a burocrazia, documenti, firme e controfirme. Così sono partite le multe, così attivisti e volontari sono passati dalla parte dei fuori legge. Inutile dire che di queste zone d’ombra si sono approfittati devianti e nostalgici dell’estrema destra per destabilizzare un paese già stremato e profondamente segnato da una situazione al limite della sostenibilità, qualcuno ha pensato di ‘usare’ simboli come quello del panaro solidale come piede di porco per scardinare l’opinione pubblica, tra le bufale dei complottisti No Mask. Ma questo è un altro discorso, estraneo ai compagni e alle compagne che si sono fatte carico dell’iniziativa.

Angelo Picone, artista di strada con trascorsi da ‘traveller’, da una decina d’anni si è ispirato all’arte dei pazzarielli fondando un’associazione con sede nel quartiere universitario di Napoli.

Napoli in cartolina

La politica del panaro solidale nei mesi dell’emergenza è stata semplice e lineare, chi aveva la disponibilità poteva lasciare una spesa ‘sospesa’ o mettere nel cestino beni di prima necessità. Niente soldi, questa la regola. Solo offerte in natura. Pina e Angelo provvedevano poi a cucinare un pasto caldo per chiunque ne avesse bisogno e lo calavano dal balcone. Sento già le malignità dei poveri di spirito, quelli che pensano subito: chissà cosa c’è sotto! Basterebbe riflettere prima di parlare, è il buon senso stesso a far tacere queste volgari e infamanti miserie: guardateli bene, sono artisti di strada, poveri per vocazione, che da trent’anni vivono al limite della sussistenza privilegiando l’essere all’avere, combattendo la gentrificazione e la riduzione di Napoli alla nuova Venezia che affonda nella laguna della speculazione sul turismo. Sono loro i primi a trovarsi nel bisogno, con questa iniziativa hanno semplicemente individuato nella condivisione del problema una soluzione collettiva, collaborativa, partecipativa. Non solo ‘carità’, ma autogestione della crisi dal basso. Con tutte le contraddizioni che questo porta, dal momento che non esiste più un partito a convogliare e valorizzare queste iniziative di popolo, finalizzandole a un’azione realmente comune.

Ora il paniere è sotto sgombero, o meglio lo sono le associazioni che hanno preso l’iniziativa. Angelo e Pina hanno ricevuto lo sfratto dal ‘magazzino’ del teatro sociale e dalla sede dell’associazione Perzechella, ironia della sorte o coincidenza significativa. Ancora una volta, il problema è stato ribaltato sul piano dell’utopia visionaria: l’associazione lancia infatti una raccolta di fondi per l’acquisto di entrambe le proprietà nell’intenzione di restituirle ‘al popolo’, il loro progetto è d’intestare i locali alla cittadinanza, idea surreale ma non del tutto folle viene da dire: sappiamo che esistono esperienze simili sul territorio nazionale, penso alle concessioni del Barbarossa nel territorio di Medicina, ai boschi di Albareto nel parmense e altri esempi di collettivizzazione della proprietà che sono riconosciuti e rispettati non solo in Italia. Si vuole intestare la proprietà non alle persone fisiche, ma all’associazione, chiarendone l’inalienabilità, la proprietà ‘comune’, mantenendone il diritto di domicilio naturalmente. Non ho denaro da mettere in questo paniere, ma le parole non mi sento di negarle. Informazioni e contatti sul sito del Paniere solidale.

Tratto da F. Berti,
Gli artisti di strada
non sono mendicanti

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