Cos’è lo specismo? La costruzione del mostro
Qui sotto un riassunto registrato da YouTube, dei 55min in diretta sul tema dello specismo.
Il testo scritto non è mio, ma è il riassunto di quel che ho detto.
Oltre lo Specismo
La Costruzione del Mostro e il Silenzio della Ragione
Il rapporto tra l’essere umano e l’animale non è mai stato un semplice confronto tra specie, ma una dialettica di potere filtrata da millenni di antropocentrismo. Dalla letteratura classica alla cronaca contemporanea, emerge un sistema di pensiero volto a deprivare l’animale di ogni dignità per giustificarne il dominio.
La Letteratura come Specchio del Degrado Etico
Grandi autori della letteratura mondiale hanno utilizzato il maltrattamento animale come strumento narrativo per rivelare le pieghe più oscure dell’animo umano. In Guy de Maupassant, la violenza su creature indifese come il cane Pierrot nasce da una gretta avarizia borghese che riduce ogni forma di vita a puro costo economico, a peso da eliminare. Il gesto crudele non è mai isolato: è l’espressione di un sistema valoriale che misura l’esistenza in termini di utilità e profitto.
In Roald Dahl, la crudeltà gratuita verso gli animali assume invece una funzione presaga: è segnale psicologico di malvagità che prelude inevitabilmente alla rovina morale del personaggio. L’autore sembra suggerire che chi è capace di infliggere sofferenza a un essere inerme abbia già compromesso la propria umanità. Ben più angosciante è il caso di Sadeq Hedayat, che proietta sugli animali le pulsioni omicide dell’uomo, trasformandoli in vittime sacrificali di conflitti psichici irrisolti, specchio di una violenza interiore che non riesce a trovare altra forma di espressione.
Questi racconti convergono verso un principio antico quanto la filosofia morale: la crudeltà verso gli animali è un tirocinio di crudeltà contro gli uomini (saevitia in bruta est tirocinium crudelitatis in homines). La violenza si addestra, si affina, si normalizza. Prima si abbatte su chi non può difendersi; poi si estende.
La Costruzione del “Mostro” per Giustificare il Dominio
Una delle strategie più raffinate — e più pervasive — per legittimare l’oppressione è la cosiddetta “mostrificazione” dell’altro. Nel romanzo L’Iguana di Anna Maria Ortese, la creatura Estrellita è percepita come un essere demoniaco dai suoi padroni, i quali proiettano su di lei l’idea del male per giustificare il suo status di serva e merce. La lettura di Ortese è lucida e spietata: non esistono mostri in natura, ma soltanto travestimenti ideati dall’uomo allo scopo di opprimere il suo simile — e chiunque altro cadesse nell’orbita del suo potere.
Questa visione trova un parallelo letterario nel personaggio di Calibano in Shakespeare: definito “prodotto della tenebra”, privato di anima e ragione, per sancire la superiorità intellettuale e morale del suo padrone Prospero. Definire l’altro come bruto, come mostro, come essere privo di interiorità equivale a escluderlo dal circolo etico, a costruire una frontiera immaginaria oltre la quale la violenza diventa lecita, persino necessaria.
Il meccanismo è sempre lo stesso: si comincia con la negazione del linguaggio, poi si nega il dolore, poi l’anima. Infine, si nega il diritto stesso all’esistenza. La mostrificazione non è un accidente della storia: è uno strumento di governo.
Dalla Letteratura alla Cronaca. Il Bracconaggio Istituzionalizzato
Questa architettura concettuale non rimane confinata nelle pagine della letteratura. Si riflette, con sorprendente fedeltà, nella cronaca dei nostri giorni. Gli abbattimenti legali di lupi, cinghiali e caprioli — spesso giustificati da un “allarme sociale” costruito ad arte, amplificato dai media e avallato da provvedimenti amministrativi — ricalcano quella che Elias Canetti definisce la “passione della sopravvivenza”: il compiacimento nel vedere l’altro perire per riaffermare il proprio potere, la propria centralità, il proprio diritto all’esistenza come unico soggetto degno di tutela.
L’uomo contemporaneo preferisce sistematicamente la soluzione letale a metodi incruenti non per necessità oggettiva, ma perché l’eliminazione fisica è l’espressione massima di un controllo che nutre il potere. Lo stesso principio opera negli allevamenti intensivi, dove l’animale è ridotto a mera res, a natura morta, vittima di una violazione che trasgredisce non solo le leggi naturali, ma qualsiasi concezione di etica che si pretenda universale.
Il paradosso è che questa violenza sistematica avviene nella piena legalità, spesso persino con il sostegno finanziario pubblico. Il bracconaggio, oggi, non si nasconde: si legifera.
La Sfida Legislativa e l’Umanesimo Evoluto
La legislazione italiana ha compiuto un passo significativo con la Legge 189 del 2004, che ha introdotto i “Delitti contro il sentimento per gli animali”, elevando finalmente la crudeltà verso di essi a fattispecie penale. Eppure, il limite strutturale di questa norma rimane evidente: la tutela dell’animale è ancora mediata dalla sensibilità umana, anziché riconoscere il valore intrinseco dell’essere senziente in quanto tale. L’animale è protetto non perché abbia diritti, ma perché la sua sofferenza offende il sentimento dell’uomo.
Le riforme più avanzate, sostenute da giuristi e filosofi del diritto, chiedono di superare questa visione paternalistica. Le proposte sul tavolo includono il riconoscimento degli animali come persone non umane — soggetti di diritto e non semplici oggetti di tutela —, l’inasprimento delle pene per delitti efferati, e il divieto totale di pratiche crudeli come la detenzione a catena. Non si tratta di sentimentalismo: si tratta di coerenza logica con le premesse di qualunque sistema etico che si fondi sul principio del non infliggere sofferenza inutile.
La Resistenza del libero pensiero
Per salvare l’umanità dal proprio sadismo strutturale, autori come Kafka e Ortese indicano una via che è insieme estetica e filosofica: una riforma radicale della ragione. Bisogna rinunciare alla “posizione eretta” del dominio — quella verticalità orgogliosa che guarda dall’alto ogni altra forma di vita — e imparare a sdraiarsi a terra tra gli animali, per ritrovare un senso di fratellanza che la modernità ha sistematicamente eroso.
Solo attraverso quella che potremmo chiamare una “intelligenza del dolore” — una capacità empatica di partecipare alla sofferenza altrui senza filtri ideologici — sarà possibile smascherare i mostri che abbiamo costruito. Mostri che, come ogni bugiardo smascherato, rivelano alla fine soltanto il volto di chi li ha inventati.
La domanda non è se gli animali meritino dignità. La domanda è se noi — che ci definiamo razionali, civili, morali — siamo ancora in grado di meritarla insieme a loro.
Temi correlati: animalismo e zoofilia — l’evoluzione della legislazione italiana sugli animali — il ruolo del connettoma nella definizione di vita senziente.