Chiunque ti dia del polemico, sta facendo polemica

Partiamo da un presupposto: chiunque ti dia del ‘polemico’, sta facendo (per definizione) polemica, convinto – più o meno consapevolmente – di metterti in cattiva luce davanti a qualcuno. Chi si comporta così però, non si rende conto della propria ignoranza: la parola “polemica” ha infatti radici antiche e diciamolo pure, nobili. Deriva dal greco polemikós, che indica una discussione vivace, accesa, ma costruttiva. Non si tratta di una semplice lite, o di un capriccio: la polemica secondo i classici stimolava il confronto, la crescita culturale, sociale e perché no, anche politica. Pensiamo ai grandi dibattiti tra filosofi, scienziati, senza quel confronto aperto, anche quando le discussioni sono entrate nel merito di questioni sensibili e hanno suscitato un vivo disaccordo, non avremmo mai messo in discussione tanti pregiudizi. La polemica, non è solo utile: è indispensabile a una società che vuole migliorarsi.

Oggi invece la parola “polemico” viene usata come uno stigma negativo, un modo per screditare chi ardisce muovere critiche sgradite (anche se ragionevoli, educate e costruttive), chiunque prenda posizioni che non ci piacciono viene subito bollato come ‘polemico’: è una forma di manipolazione, un meccanismo pericoloso, perché invece di discutere i problemi sollevati, si limita ad attaccare la persona che li solleva: è come se qualcuno vi dicesse che la vostra casa sta andando a fuoco, e voi invece di spegnere le fiamme gli rispondeste: “Sempre così polemico!”

Così negli ultimi cinquant’anni la parola è diventata sinonimo di ‘fastidioso’, ‘litigioso’, viene usata solo nel senso negativo: chi muove una critica in modo ragionevole, educato, viene visto come un rompiscatole. In politica, questo meccanismo diventa ancora più insidioso: i partiti scatenano polemiche su questioni insignificanti, fanno critiche inutili e ostruzionismo solo per far sembrare l’altro incompetente.

Quando l’avversario risponde con fermezza a questi attacchi, viene a sua volta accusato di essere ‘polemico’, si crea così un circolo vizioso che impedisce qualsiasi comunicazione ragionevole: chi attacca ingiustamente, viene protetto dall’etichetta di ‘polemico’ appiccicata su chi si difende.

Molti non colgono il pericolo dietro questo uso distorto della polemica: quando il dialogo si interrompe, quando le parole non servono più, allora si apre la strada alla violenza e la storia ce lo insegna: i regimi autoritari nascono sempre quando il confronto democratico viene soffocato, quando chi muove un sano dibattito critico viene sistematicamente screditato, fatto passare per ‘polemico’, quando le idee diverse vengono messe a tacere con la forza, la società diventa fragile e vulnerabile.

È tempo di riappropriarsi del vero significato della polemica: una discussione accesa non va percepita sempre come un problema, ma possibilmente come un’opportunità: quando le persone si confrontano apertamente, anche con passione, possono nascere idee nuove e soluzioni innovative. Naturalmente, non tutte le critiche sono uguali: alcune saranno infondate, altre esagerate, altre ancora in malafede. Dobbiamo imparare a distinguere tra critiche costruttive e attacchi distruttivi, per una società migliore servirebbe un dibattito più sano, più libero: ma perché questo sia possibile dobbiamo anche accettare che il confronto possa essere acceso, che le persone possano non essere d’accordo, che le discussioni possano diventare appassionate.

Solo così potremo costruire una società in cui le parole contano davvero, in cui il confronto è un valore e non una minaccia, una società, insomma, in cui la polemica torni ad essere uno strumento per crescere insieme, non per distruggersi a vicenda.

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