Cenerentola e Ye Xian tra fiaba e leggenda

Illustration Artwork by Federico Berti. Created with Gimp/Qwen

Articolo di Federico Berti

L’immaginazione è realtà, direbbe Platone. Quel che raccontiamo è reale nel momento in cui lo raccontiamo, perché dentro di noi produce un cambiamento, muove delle forze: quando ascoltiamo un racconto il battito del nostro cuore accelera o rallenta secondo l’emozione, il più inverosimile dei personaggi possiede una qualche sua realtà ontologica. Fiabe, miti e leggende parlano di noi, dei nostri valori, conoscenze. In queste note prenderemo in esame più da vicino uno di questi racconti, la leggenda cinese di Ye Xian messa per iscritto dall’alto funzionario Duan Chengshi della dinastia Tang nel IX secolo d.C. Si pensa che questo racconto debba essere in qualche modo giunto in Europa attraverso la Via della Seta, penetrando nei Balcani e navigando intorno alle coste del Mediterraneo per imparentarsi alla nostra Culdicenere o, come i più la conoscono, Cenerentola. Molti sono i dettagli che ricorrono nell’una e nell’altra storietta: la nobile giovine che perde il suo status, la sua persecuzione interna alla famiglia, lo spirito della madre defunta che interviene in suo aiuto, l’elemento magico, la festa danzante, la scarpa o il sandalo, lo zoccolo, perduto e ritrovato dal principe di un regno vicino, la punizione delle persecutrici. Date le somiglianze tra questi racconti, taluni azzardano che l’una possa essere filiazione dell’altra, anche se a ben vedere il testo cinese riflette un diverso ruolo sociale ed economico della donna nella Cina meridionale e una profonda differenza nel conflitto patrimoniale che struttura la vicenda. Vale dunque la pena che ci soffermiamo un poco sul testo cinese.

Iniziamo col dire che la storia di Ye Xian è giunta a noi attraverso la Youyang Zazu, miscellanea di aneddoti, racconti meravigliosi, tradizioni locali e curiosità quasi etnografiche provenienti soprattutto dalle regioni periferiche dell’impero durante la dinastia Tang, compilata dalla prospettiva dell’élite culturale imperiale confuciana e patriarcale: a pensarci bene è in effetti lo stesso tipo di operazione svolta un millennio più tardi in Germania dai fratelli Grimm, i quali dichiararono proprio di aver raccolto il patrimonio folklorico e linguistico nazionale dalla voce del popolo per contribuire al canone letterario dell’allora nascente nazione tedesca. Scenario del racconto è la regione del Guangxi, dove erano stanziate fin dal Paleolitico popolazioni di pescatori e risicoltori che i dominatori Han definivano in modo sprezzante “popolo delle grotte”. Le formazioni carsiche di quella regione venivano ampiamente usate in epoca Tang come spazio rituale, sede amministrativa, santuario degli antenati e luogo di festa. La festa cui Ye Xian partecipa non si svolge in una corte principesca, ma in grotta; sempre in grotta vengono sepolte e venerate anche le sue persecutrici, matrigna e sorellastra. Il padre della protagonista gode di un titolo amministrativo locale come Signore della grotta. Nel finale si parla in modo esplicito di una Grotta delle donne dolenti, di cui l’autore pretende l’esistenza nelle regioni della Cina meridionale, che dovrebbe corrispondere proprio al santuario nato dalle spoglie delle persecutrici di Ye Xian; non risulta documentata al momento la sua storicità, ma il fatto che si parli di un luogo con quel nome classifica il racconto come leggenda, non come fiaba.

Il ruolo delle donne in queste arcaiche culture della Cina meridionale era molto diverso da quello imposto dai dominatori delle regioni centro-settentrionali: le donne Zhuang potevano possedere terra, pagare le tasse, amministrare beni, praticare matrimoni matrilocali (dove lo sposo andava ad abitare in casa della sposa) e mantenere un forte legame con la famiglia di origine. La tessitura e il ricamo non erano da intendersi come manodopera generica a basso costo o peggio come un umile servizio domestico, ma al contrario come un’arte esperta e prestigiosa, che dava uno status a chi la praticava specialmente se poteva amministrare in modo autonomo i propri beni. La protagonista del racconto è descritta addirittura come un’artigiana che lavora il vasellame d’oro, attività che le elite Han riservavano ai soli uomini, ma che nel Sud poteva essere praticata anche dalle donne proprio a causa della loro indipendenza e relativa autonomia. Come nel caso della greca Rodopis anche la virtù di Ye Xian non risiede solo nella bellezza e nella bontà: è intelligente, produttiva, possiede un’arte liberale che la rende preziosa, al punto che secondo il narratore con una figlia come lei si diventa ricchi. E’ insomma proprio lei, motivo di prosperità per la famiglia.

Dopo la morte del padre, Ye Xian diventa vulnerabile proprio a causa della sua indipendenza: se infatti nella società patriarcale confuciana una figliastra femmina poteva essere facilmente allontanata dalla famiglia, mandandola come serva in un’altra casa o promettendola in matrimonio per liberarsene, tra gli Zhuang del Sud questo non era possibile perché le donne ereditavano ed erano libere di amministrare il loro patrimonio. La moglie del signore locale poteva assumerne la carica pubblica al suo posto, in sostituzione del funzionario deceduto; per questo motivo Ye Xian resta in casa, costretta a lavori umili e pericolosi, poiché la matrigna non vuol disperdere il patrimonio familiare. Il conflitto tra Ye Xian, matrigna e sorellastra è quindi una competizione tra donne, per un potere riconosciuto alle donne in quel contesto culturale, elemento quasi del tutto assente nelle versioni europee.

Nella pia e cristianissima Europa da Basile ai Grimm, la figura di Cenerentola non possiede competenze produttive esterne, né fantomeno indipendenza economica; nel migliore dei casi è un’apprendista ricamatrice, ma non possiede già una professionalità riconosciuta in nessun campo. Le sue virtù sono essenzialmente morali e il matrimonio diventa l’unica via di riscatto, senza peraltro condurre a una reale emancipazione ma passando piuttosto da una forma di dipendenza a un’altra. Questa differenza riflette la condizione di sostanziale segregazione familiare e totale dipendenza delle donne europee, confinate a lavori non qualificati e sottopagati, cui era negato il diritto di amministrare liberamente il patrimonio; si perde inoltre l’aspetto leggendario, ovvero il riferimento al santuario in grotta, il racconto è completamente esautorato da qualunque pretesa di corrispondenza con il mondo reale, un vago intrattenimento per le “piccirille”. Molto altro si avrebbe a dire sulla nostra Culdicenere, ma per il momento ci si contenterà di rilevare questa profonda differenza rispetto alla Rodopis della letteratura greco-romana e la Ye Xian della narrativa cinese, evidenziando la perdita della techné un tempo attribuita alla protagonista, mutilazione narrativa della sua levatura intellettuale oltre che fisica e morale.

Non si può minimizzare del resto il ruolo svolto nella versione cinese dalla ritualità magico-animistica, in modo particolare per quel che concerne il culto degli antenati e il vaticinio mantico a partire dalle lische dei pesci, legato alle tradizioni delle comunità di etnia Zhuang. Il ruolo svolto dagli spiriti delle divinità pre-confuciane, i santuari nelle cavità carsiche, la reincarnazione della madre in pesce d’oro e la sua profanazione da parte della matrigna, elementi non riducibili a semplici espedienti narrativi, poiché trovano riscontro nell’antropologia culturale di quelli che venivano chiamati anticamente popoli delle grotte. Non è insomma un racconto di fantasia, ma una leggenda in cui la componente rituale è fondante: la vittima di persecuzione familiare trova infatti proprio nel raccoglimento interiore, nella meditazione in preghiera, nelle visioni e nel culto dell’antenata defunta, la forza per compiere la trasgressione indispensabile a riappropriarsi di sé stessa, rivoltandosi contro le sue aguzzine.

Un elemento, quello religioso e magico-rituale, che si riscontra anche nelle versioni europee, e che rappresenta forse il tratto più intimamente comune al topos narrativo anche quando, come nel caso dell’opera rossiniana, l’elemento magico è volutamente omesso e la matrigna diventa un patrigno. In ogni caso il ruolo della donna, le relazioni familiari, i vincoli di parentela e le gerarchie feudali del potere restano di fatto il tema portante in tutte le versioni del racconto. Appare evidente come dal mondo antico all’età moderna la virtù della protagonista venga progressivamente privata della sua techné, vale a dire della levatura intellettuale, filosofica, artistica, quel che rimane alla Cenerentola europea è la capacità di disobbedire all’ordine ingiusto di restarsene segregata in cucina, trasgredire alla proibizione di aprirsi al mondo: un atto di disobbedienza virtuosa, nobile e necessaria, ma mutilo di quella preparazione intellettuale che lo accompagnava nella letteratura antica.

Alle giovani donne del nuovo millennio, ma anche ai giovani uomini dato che non mancano versioni del racconto in cui il protagonista è un maschietto, vien dunque da dire: coltivate voi stesse, leggete molti libri, imparate a cantare, danzare, suonare, modellare la creta, la pietra, l’oro, discutere di letteratura e filosofia, rendete voi stesse preziose perché il mondo avrà bisogno di tutta la vostra preparazione, delle vostre arti, del vostro amore per la conoscenza. Non lasciatevi segregare da nessuno, familiare o qualsivoglia padrone manifesti di volervi ridurre a serve, e quando un giorno, divenute persone adulte e indipendenti, riceverete un ordine che riterrete sbagliato, contrario alla vostra morale, allora non fatevi scrupolo di trasgredirlo. Il fatto che qualcuno ve l’abbia ordinato, non vi assolverebbe dalla responsabilità morale di averlo eseguito. Abbiate il coraggio di essere sempre voi stesse.

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