Cenerentola e Rodopis. La domesticazione di un archetipo

Virtù, sapere e potere femminile
nell’archetipo dell’eroina perseguitata
Articolo di Federico Berti
Quand’oggi si pensi a Cenerentola sempre la stessa figura si profila innanzi ai nostri occhi di borghesi pregiudizievoli, quella d’una brava e virtuosa ragazzina costretta a numerar ceci e mondare il camino dalla cenere, oppressa da serpentine parentele acquisite in seconde nozze da un padre privo di nerbo. Per la virtù morale della giovine, ma in specie per l’abito che riceve in temporanea dotazione da provvidenziali aiutanti, la poco più che bimbetta finisce in moglie a un principe, al quale docilmente obbedisce, come ben altra Vergine obbedì all’Arcangelo dandosi allo Spirito Santo. Null’altro si può dir di lei, se non che sia bella e buona.
La più antica versione del racconto è un mito classico, a partire dal quale si sarebbero diffuse centinaia di versioni con personaggi, ambientazioni, oggetti, azioni che cambiano secondo il luogo, il tempo e il capriccio del narratore. Tutte le versioni del racconto hanno in comune un tipo narrativo detto dell’eroina perseguitata, c’è pure un numero di collocazione ATU 510A secondo la catalogazione della scuola svedese; leggendo e semplificando, mondando cioè le varianti dai dettagli in cui differiscono, quel che rimane a noi è la dolorosa vicenda di una giovane donna che per un tragico rivolgimento del destino vien privata del proprio status sociale, ridotta in servitù. Nonostante la soggezione costei non lascia che l’oppressione dell’animo possa ottundere le proprie virtù interiori, interviene allora qualcuno che, riconosciute queste ultime, le permette di esporle in pubblico, dandole opportunità di recuperare lo status perduto, o addirittura di conseguirne uno superiore. Protagonista sempre lei, la virtù. Ma quale virtù?
La più antica delle cenerentole note alla letteratura europea è giunta a noi da fonte greca, per la precisione da quei bricconcelli di Erodoto e Strabone, i quali com’è noto erano avvezzi a piroettare sul filo sottile che distingue la storia dal mito. Rodopis si chiamava la protagonista, dal greco ῥόδον (rhódon) = rosa, ὤψ / ὠπός (ṓps / ōpós) = occhio, volto, aspetto, sguardo, più simile nel nome alla Bocca di rosa di De André che non alla Cenerentola di Walt Disney. Rodopis è una giovane donna di origine trace (o frigia), compagna di servitù del favolista Esopo. Nulla sappiamo del suo lignaggio o della sua vita precedente, il narratore la pone già serva sull’isola di Samo, dirimpetto alle coste della Turchia, sulle cui coste era consolidata la presenza greca.
Non è chiaro come fosse stata ridotta in schiavitù né quel che dovette avvenire a Samo. Sappiamo che la donna, insieme al favolista Esopo, fu serva di Idmone di Samo, figura legata agli ambienti artistici dell’isola e tradizionalmente associata alla produzione di statue per il tempio di Hera; il narratore poi sostiene che la ragazza si trovò riscattata da un altro scultore di quell’isola, il fratello della poetessa Saffo, di nome Carasso. Non è chiaro nemmeno il motivo per cui quest’uomo dovette decidersi a pagare l’esoso conto della schiava per poterla liberare, guadagnandosi peraltro un rimbrotto in versi dalla sorella che tale atto considerava a quanto pare disonorevole per la famiglia; cosa poteva esservi di tanto imbarazzante nel liberare una schiava?
Si faccia attenzione a questo passaggio, perché la liberazione di un servo non era cosa da intendersi alla leggera in quel tempo, e tutto lascia intendere che nel caso di Rodopis fosse una transizione piuttosto profittevole per il suo benefattore. Sento già qualcuno storcere il naso, in che senso profittevole? Il fatto è che lo scultore di Samo, non si limitò a liberare la donna, ma la introdusse come cortigiana etera a Nacrati, cosa che cambia completamente le carte in tavola. Cos’era un’etera? Similmente alle geishe dell’Estremo Oriente, queste cortigiane erano donne colte, indipendenti, ammesse ai simposi, ai banchetti, agli spazi della conversazione filosofica, politica e artistica. Sapevano cantare, suonavano la cetra, il flauto per il ballo, sapevano a loro volta danzare, recitar poesie, discutere di letteratura, filosofia, astronomia e soprattutto, quand’eran donne libere gestivano in proprio i loro guadagni accumulando ricchezza, prestigio e influenza. Dettaglio non trascurabile, si concedevano come compagne più o meno occasionali ai loro facoltosi benefattori, in modo assai diverso dalle mogli e dalle prostitute.
Rodopis insomma non era considerata virtuosa in quanto buona, moralmente integerrima, ma per le sue competenze, quelle arti che doveva aver appreso pur da qualcuno! La formazione di queste intellettuali nel mondo antico avveniva in scuole istituzionalizzate, talvolta finanziate dagli stessi santuari o da principi e re, quando non da privati che investivano nel loro addestramento per poi rivenderle a prezzi altissimi, liberandole a condizioni concordate o concedendole a contratto. Nel caso di Rodopis non sappiamo se questa formazione fosse precedente o successiva all’asservimento, ma la sua vicinanza a Esopo (il quale è stato liberato come sappiamo dall’oracolo delfico), e il fatto che le si attribuissero in vita generose donazioni a Delfi, lascia intendere che il suo destino fosse legato seppure in modo non manifesto, al culto di Apollo e Afrodite. In veste di cortigiana quindi, la donna diviene molto ricca e a quel punto nella sua vicenda personale si inserisce il mito dell’aquila che le ruba un sandalo, per lasciarlo cadere nel giardino del Faraone, il quale manda a cercare per tutto il regno l’altra metà della calzatura.
La scarpina di cristallo, d’oro o di pelliccia, così come si configura in questo racconto, non è simbolo della purezza o della modestia, ma della distinzione sociale e del prestigio: se pure non descritto dalle fonti dei rocamboleschi storici e mitografi del tempo, è intuibile che non dovesse trattarsi di una semplice calzatura, ma di un vestimento rituale molto prezioso nella fattura. L’apparente casualità del volo d’uccello è coerente ancora una volta con la pratica del vaticinio apollineo propria del santuario delfico, dando alla storia connotazione ancor più densa di implicazioni religiose. Se proviamo a ricomporre le tessere del mosaico appena accennato da Erodoto e Strabone, la giovane cortigiana doveva aver acquisito, insieme con un patrimonio ingente, anche notorietà e prestigio nelle corti egizie, ragion per cui il sandalo della donna poteva essere ben noto allo stesso Faraone, il quale dalla qualità della calzatura non avrebbe avuto difficoltà nel risalire a colei che fosse in possesso dell’altra metà.
I favori di Afrodite attribuiti a Rodopis non si riducono dunque alla sua beltà o alla sua integrità morale, ma son piuttosto doni carismatici, abilità artistiche e performative, formazione letteraria e filosofica, proprie di quelle cortigiane etere che frequentavano gli ambienti più elevati della società come libere intellettuali. Una condizione liminale ma riconosciuta nel mondo antico, seppur soggetta a stigma come del resto lo erano attori, danzatori, suonatori. La domanda nasce spontanea, cosa rimane di quella straordinaria vicenda nelle moderne cinderelle? La virtù si è spostata dalla sapienza alla morale, dalla competenza alla bontà, dall’autonomia all’obbedienza, qualità che non mettono in discussione il ruolo subordinato della protagonista. Cenerentola nella favola del Basile come in quella di Perrault o dei fratelli Grimm, non canta, non discute di filosofia, non recita poesie in pubblico, non partecipa a salotti letterari, non compone e non argomenta, nessun accenno a competenza alcuna e questo slittamento non è da poco. Racconta più la nostra vita che la sua. S’è lasciato per strada un simbolo di autonomia femminile, il racconto di una donna capace di riscattare sé stessa attraverso l’arte, la parola, il suono musicale, trasformandolo in modello di virtù domestica, docile e obbediente, moralizzandola.
Oggi in teoria (purtroppo, solo in teoria) una donna non è costretta a farsi cortigiana per poter manifestare le proprie doti intellettuali, ma a quanto pare nel mondo in cui viviamo tante donne continuano a lasciarsi illudere che basti un bel vestito, una carrozza a noleggio, una scarpina dorata, a farsi strada nella vita. Molti uomini persistono a credere che titoli, potere, e denaro, possano consentir loro di far breccia nel cuore di una donna obbediente e docile, da asservire come Idmone aveva asservito la giovane trace. È solo la prima parte del racconto che si continua a riportare, non la seconda: quella della donna che si libera della podestà maschile e si fa largo da sola nella vita, contando sulle proprie doti intellettuali.