Cechov e il mito americano tra liberismo e saccheggio

In “Ragazzi”, Anton Čechov nel 1887 intuisce i due cardini fondamentali del mito americano, già maturo e pervasivo anche tra i giovani russi del suo tempo: liberismo sfrenato e saccheggio. Attraverso l’ingenuità dei due giovani protagonisti, studenti del ginnasio, la frontiera americana viene descritta in primo luogo attraverso l’astrazione geografica e una percezione completamente distorta degli spazi: passato lo stretto di Bering e sbarcati in Alaska, la California è vicina. In parte è vero, se pensiamo che Cechov è ucraino e l’impero russo attraversa la bellezza di undici fusi orari, coprendo distanze che sembrano infinite, ma nella realtà il viaggio stesso è palesemente impossibile, con quattro rubli in tasca. Per loro l’America non è un luogo fisico insomma, è piuttosto una proiezione mentale alimentata dalla letteratura di avventura. Cechov mette loro in bocca, storpiandolo, il nome di Thomas Mayne Reid.

Nell’innocente ignoranza dei ragazzi, l’autore si prende gioco dell’esterofilia diffusa in Russia, inserendosi in un solco già tracciato da Pushkin al tempo dei Racconti di Belkin. Il fascino per l’Ovest americano (che per loro è paradossalmente un estremo est) diffonde nelle nuove generazioni un nuovo ideale di pragmatismo individualistico e ribelle, i ragazzi inventano per sé nomi totemici come “Artiglio d’avvoltoio” e “Viso pallido”, anticipando di mezzo secolo l’anglicizzazione dell’Europa all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Ma soprattutto, il punto di rottura ideologico più interessante è nella sintesi del sogno americano come un territorio dove sia possibile vivere contemporaneamente di caccia libera, da bracconieri, e saccheggio. Questa visione sintetizza efficacemente la percezione russa del nascente capitalismo ed espansionismo pioneristico. Da un lato l’assoluta libertà individuale, impossibile in una russia che non era ancora riuscita a liberarsi definitivamente dal modello feudale e dalla servitù della gleba, dall’altro la natura selvaggia e predatoria di questa libertà, dove l’interesse personale è intrinsecamente legato all’espoliazione delle risorse altrui e alla violenza come paradigma dell’affermazione individualistica.

Non solo la cronaca di una fuga adolescenziale, ma una riflessione sottile sullo scontro tra l’identità russa, con tutte le sue criticità, e l’ideologia del nuovo mondo, che descrive una lacerazione ideale ancora attualissima, che si può riscontrare nell’attuae scontro di civiltà fra un’America aggressiva, bellicosa, e una Russia nazionalista ma sostanzialmente ripiegata su sé stessa. Il tutto visto attraverso gli occhi dell’innocenza, con una docezza e un’umanità disarmanti che fanno ancora una volta di Cechov un maestro indiscusso.


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