Alice Brown, Miele e mirra. Racconto breve

Alice Brown, Miele e Mirra

Traduzione di Federico Berti

Vicinato, municipio, il mondo intero erano sepolti dalla neve. La neve si era ammassata in colline e avvallamenti, pendeva in piccole ghirlande vorticanti, dove il vento l’ammucchiava sui pendii dei pascoli. Formava banchi solidi nei cortili, seppelliva i muri a secco sottraendoli alla vista. La delicata fantasia dei suoi merletti si manifestava nelle bizzarrie con cui ricamava gli oggetti comuni, familiari nella vita dei semplici. La pompa, nei cortili dove aveva soppiantato l’antico pozzo con la carrucola, pareva indossare una pesante cuffia. La banderuola sul fienile ne era incrostata, e la cima di ogni paletto nell’alta recinzione del giardino sul davanti esibiva un soffice pinnacolo. Ma soprattutto nei boschi l’estasi e il sapore del momento dilagavano nel creare bellezza. Là ogni ramo di abete ondeggiava sotto un ciuffo di bianco, e i residui oscuri dell’anno eran tutti nascosti.

Quella mattina, a Tiverton Hollow, nessuno era uscito di casa, tranne che per spalare i sentieri e sbrigare le faccende necessarie. La strada rimase illibata fino alle dieci, quando un consigliere comunale diede notizia che era giunto il momento di aprire una rotta, partendo con la sua squadra e raccogliendo buoi lungo il cammino finché un corteo trionfante non scavò un varco stridente attraverso i cumuli, con gli uomini a spalare a tratti dove la neve era più alta, i buoi che camminavano dondolando, con la testa bassa, e il debole alone del loro respiro che saliva e si raffreddava nell’aria. Era un “grande evento” a Tiverton Hollow quando si doveva aprire una strada; l’antica idea di lottare contro le forze vergini della natura in quel modo primitivo, risvegliava negli abitanti un’esilarazione che non era sfiorata dal minimo dubbio sull’inevitabile vittoria.

Nel pomeriggio, l’eccitazione si era chetata. Gli uomini rientrati, tutti rossi dal freddo, avevano mangiato il pranzo di mezzogiorno pieni di buon umore, raccontando alle donne meno fortunate le storie che si erano raccontati lungo il cammino. Poi, come un sol uomo, ceduto alla sonnolenza indotta da una mattinata di vento in faccia, si erano seduti vicino alla stufa col pretesto di leggere la cronaca locale, ma in realtà per annuire e sonnecchiare, svegliandosi solo per mettere un altro pezzo di legno nel fuoco. Così passò tutto il giorno prima di Natale, e la sera le lampade lucenti furono accese (ognuna con una striscia di flanella rossa nell’olio, per dare colore), e il vicinato riposò nella serena certezza che qualcosa di importante fosse davvero accaduto, e che la loro comunione con il mondo era ristabilita.

Susan Peavey sedeva accanto al fuoco, lavorando a maglia un paio di muffole rosse, e il giovane maestro di scuola presiedeva l’altro angolo del focolare, leggendo attentamente, a tratti, e di nuovo sprofondando nel sonnolento studio delle fiamme nel focolorare. A Tiverton era diffusa la convinzione che il maestro sarebbe diventato qualcuno, un giorno. Scriveva nei giornali, riceveva sempre per posta buste marcate come “bozze d’autore”, il che, spiegava la direttrice delle poste, indicava che dovesse essere un autore, qualunque cosa fossero quelle “bozze”. Aveva l’idea che potessero avere a che fare con le fotografie; forse la sua foto sarebbe finita in un libro. Era ben chiaro che insegnare al villaggio, a sette dollari a settimana, efosse solo un breve interludio, nella vita di un uomo che prima o poi avrebbe scritto un vero libro di grammatica, o magari arebbe diventato senatore a Washington. Era un giovane dalle gambe lunghe, dall’aspetto piacevole, con le guance pallide, occhi scuri e folti capelli neri, una ciocca dei quali, cadendogli bassa sulla fronte, si attorcigliava mentre leggeva. Continuava a guardare in su verso la signorina Susan e a sorriderle, ogni volta che poteva distogliere lo sguardo dal libro e dal fuoco, e lei ricambiava il sorriso. Alla fine, dopo molti di questi messaggi silenziosi, lui si decise a parlare.

“Quante muffole rosse che lavora a maglia! Le manda via tutte a quella società?”

I ferri della signorina Susan tintinnarono.

“Tutte quante,” disse lei.

Era una donna alta, robusta, ben piantata, senza un grammo di carne superflua. La sua testa ben impostata, la portava con una semplice inconsapevolezza che valeva più della dignità. Tutti a Tiverton pensavano fosse stata una grande croce per Susan Peavey essere tanto cresciuta. Era un mistero che non fosse diventata “scontrosa”. In verità Susan si era liberata dalle vanità insieme alla prima giovinezza, nei tempi in cui, tutta gambe e braccia, aveva rinunciato all’idea della bellezza. Aveva lineamenti forti nel viso, un colorito sano, i suoi occhi guardavano con franchezza, come se fossero sicuri di trovare un mondo meraviglioso. I malati gioivano sempre della sua vicinanza; la magnifica salute e presenza di Susan erano come una marea che li sosteneva, e lei sembrava portare una ventata d’aria fresca persino nei suoi vestiti. Il maestro la osservava ancora. La visione di lei era al contempo affascinante e riposante, con la sua forza e il suo candore casalingo.

“La chiamerò l’Amica degli Orfani,” disse lui.

Lei posò il lavoro.

“Non dica così,” rispose, con un’aria di umile confessione. “Non mi interessa per nulla! Faccio questo perché lo sento come un dovere, ma che io possa essere frustata se è davvero mia intenzione lavorare a maglia muffole calde per tutta la vita, e riempire barili per i poveri. A volte vorrei poter dare alla gente quello di cui non ha bisogno, piuttosto che quello di cui ha bisogno.”

“Non capisco cosa intenda,” disse il maestro. “Si spieghi meglio, la prego.”

La signorina Susan guardava il focolare. Un calore più intenso di quello della sola luce del fuoco le stava sulle guance. Si chinò in avanti e nel camino un nodoso ciocco di pino, che divampò vivace. Poi si rinsaldò lo sgabello sotto i piedi, sistemandolo per poter conversare.

“Ho la sensazione di essere divenuta più loquace, più aperta, da quando è venuto a pensione qui da me,” disse, “ma lei è bravo a tirare fuori le cose da una persona e io non sapevo di avere così tanto da dire. Oh via! Immagino che tutti ne abbiamo, se incontriamo qualcuno che abbia davvero voglia di ascoltare. Non l’ho mai detto a nessuno, e immagino sia una velleità quasi ‘pagana’, ma sono stanca morta di lottare contro la povertà, la povertà! Suppongo che esista, certamente, anche se tutti noi stiamo così bene che non ce ne rendiamo conto; e farò la mia parte, la farò volentieri finché sarò su questa terra. Ma immagino che il paradiso sia un posto dove non diamo alla gente ciò di cui ha bisogno, bensì ciò di cui non ha bisogno.”

“C’è qualcosa nella sua Bibbia,” cominciò il maestro esitante, “a proposito di un vaso di prezioso unguento.” Diceva sempre “la sua Bibbia”, come se i membri della chiesa ne avessero un diritto di proprietà.

“Proprio così!” rispose la signorina Susan, illuminandosi. “È quel che ho sempre pensato. Versatelo tutto fuori, dico io, e fate profumare il mondo dolce come il miele. Mio Dio! Quante idee mi vengono seduta qui da sola davanti al fuoco! Grandi idee!”

“Me ne dica qualcuna!”

“Beh, non so se posso, tutte in un pezzo, per così dire; ma quando si avvicinano le otto, e la stanza è tutta in penombra, e la luna giace sulla neve, mi sembra proprio che facciamo una figura ben misera con la vita. Mi pare che non vi mettiamo abbastanza colore. Perché, non ricorda ‘Salomone in tutta la sua gloria’? Immagino che non sarebbe stato scritto proprio così se non ci fosse stato qualcosa di vero. Suppongo che avesse corone e anelli e cappotti di velluto viola e panciotti di raso broccato, e ogni genere di cose. A volte mi sembra di vederlo entrare dritto da quella porta là.” Continuava a far scorrere un ferro da calza avanti e indietro attraverso il gomitolo di lana mentre parlava, senza accorgersi che qualcuno fuori si stava battendo la neve dai piedi sul gradino della porta. La porta, dopo aver fatto un po’ di resistenza, fu spinta dentro e proprio su quelle sue parole, un uomo entrò.

“Misericordia!” esclamò la signorina Susan, sbigottita. Lei e il maestro, di comune accordo, si misero a ridere.

Ma l’uomo non li guardò finché non ebbe scrupolosamente asciugato i piedi sulla stoppaia in fibra di cocco, e non li ebbe battuti di nuovo. Poi srotolò i risvolti dei calzoni ed esaminò attentamente l’esausta borsa da viaggio verde che aveva portato.

“Immagino di averla strascinata un po’ attraverso i cumuli,” osservò. “La strada è piuttosto stretta, in questa stagione.”

“Ci ha fatto prendere un bello spavento,” disse Susan. “Pensavamo che fosse Salomone, e magari la Regina di Saba che gli veniva appresso. Perché, Solon Slade, non avrà mica camminato fino a Tiverton Street!”

“Sì, l’ho fatto,” affermò Solon. Era un uomo esile, dall’aria mesta, forse della sua stessa età, e parlava con una voce molto dolce. Il cognato vedovo di Susan. I vicini dicevano che fosse una gran brava persona, ma non aveva più grinta di uno straccio bagnato.

Susan si era alzata e aveva posato il lavoro a maglia. Si avvicinò al tavolo e vi appoggiò una mano, con la vista di un falco negli occhi.

“Cos’hai in quella borsa?” chiese.

Solon sentiva di avere il controllo della situazione.

“Un po’ di formaggio,” rispose, avvicinandosi al fuoco e tendendo le mani alla fiamma.

“Porti con te qualcos’altro? Dai Solon, non tenermi sulle spine! Una lettera?”

“Beh,” disse Solon, “ho pensato che potevo fare un salto all’ufficio postale e controllare.”

“Hai pensato? Ci sei andato apposta! E devi esserci andato a piedi, perché sei sempre stato riluttante a prendere i cavalli con questo brutto tempo. Dammi quella lettera, ti prego!”

Solon si avvicinò al tavolo, con una furtiva scintilla nei suoi occhi azzurri. Sollevò la borsa e l’aprì lentamente. Per prima cosa, tirò fuori un incartamento a spicchio.

“Questo è il formaggio,” disse. “Alle erbe.”

“Misericordia!” esclamò la signorina Susan, mentre il maestro guardava e sorrideva. “La prossima volta vieni da me per il formaggio. Ne ho in abbondanza, al tanaceto e alla salvia, lo sai. Oh ecco la vedo, dammela ora!” Un bagliore bianco si confondeva in fondo alla borsa, lei gli si avventò sopra e ne cavò una lettera. Mentre la strappava per aprirla, si fermò e guardò Solon con una goffa supplica. “È tua la lettera, di diritto!” aggiunse esitando.

“Via!” disse lui, “non so a chi sia indirizzata, ma immagino sia tanto tua, quanto di chiunque altro.”

La signorina Susan spiegò i fogli con un’aria deliziosamente emozionata. Si chinò più vicino alla lampada. “‘Caro papà e cara zia’,” cominciò.

“Ecco!” osservò Solon, con quieta soddisfazione, scaldandosi ancora le mani alla fiamma. “Ecco! vedi è per tutti e due.”

“Mio Dio! Che calligrafia… Ecco!” La signorina Susan passò la lettera al maestro. “La legga lei. È di Jenny. Lei sa che è via per la scuola, e non abbiamo pensato fosse una buona idea farla tornare per le feste. Sapevo che avrebbe scritto a Natale. Solon, te l’avevo detto!”

Il maestro prese la lettera e la lesse ad alta voce. Era un semplice messaggio pieno di contentezza e amore e del nuovo giovanile entusiasmo per la vita di una ragazza. Quando ebbe finito, le due persone più anziane si affaccendarono un momento senza parlare, Solon a raccogliere una scheggia di legno dal focolare, e Susan a lisciare meccanicamente le enormi rose sul fianco della borsa da viaggio.

“Beh, quasi quasi vorrei che l’avessimo fatta venire a casa,” disse lui alla fine, schiarendosi la gola.

“No, non è vero,” rispose prontamente la signorina Susan. “Non con questa neve, e uscire accaldata da casa per dormire in un letto freddo e tutto il resto. Vado a prenderti un po’ di torta e del tè caldo.”

Imbandì una sontuosa merenda su un lato del tavolo e Solon sedette in silenzio a consumarla, mentre il maestro prendeva anche lui un boccone per fargli compagnia. Poi Solon si avviò verso casa, dall’altra parte del cortile, e lei rimase a guardare dalla finestra finché non vide la luce divampare attraverso i vetri di lui. Fatto questo, tornò indietro e con un lungo sospiro cominciò a riordinare.

“Sono in pensiero per lui, laggiù tutto solo,” disse. “E se si ammalasse stanotte?”

“Lei andrebbe di corsa,” rispose il maestro con disinvoltura.

“Beh, e se non avesse modo di chiedere aiuto?”

“Oh, lo saprebbe! Lei è quel tipo di persona.”

La signorina Susan ridacchiò dolcemente, e così parve scacciare quell’ansia ricorrente. Tornò al suo lavoro a maglia.

“Da quanto tempo è morta sua moglie?” chiese il maestro.

“Un paio d’anni. Lui e Jenny andavano molto d’accordo ma da settembre, quando lei se n’è andata, deve aver trovato la vita noiosa. Faccio del mio meglio, ma santo cielo! Non è come avere una donna in casa dall’alba al tramonto.”

“Non c’è niente di meglio,” concordò il giovane, erudito maestro. “Parliamo ancora un po’. Pensiamo a quel che vorremmo fare domani per tutta la buona gente che conosciamo, e non diamogli niente di cui abbiano bisogno, ma solo le cose che realmente vorrebbero.”

La signorina Susan posò di nuovo il lavoro. Non riusciva a parlare col maestro e insieme lavorare. Luo la faceva sognare, era come starsene seduti al caldo sole estivo, col ronzio delle api nell’aria.

“Beh,” disse, “c’è la vecchia Ann Wheeler che abita laggiù sulla strada maestra. Non le manca niente, ma tiene tutta la sua roba riposta in soffitta, e vive come una scrofa.”

“‘Ha venduto il letto. Giace sulla paglia.'”

“Proprio così. Le darei una casa tutta finestre, così non potrebbe fare a meno di guardare fuori, e tappeti di velluto su cui dovrebbe camminare per forza.”

“Poi c’è il capitano Ben. I ragazzi dicono che ha perso il lume della ragione; si immagina di essere in mare per paesi stranieri.”

“Così dicono. Lo lascerei sedere un po’ nel tempio di Salomone a guardarsi intorno. Perbacco! si ricorda del tempio? Perché, i chiodi erano tutti d’oro. Non vorrebbe essere vissuto a quei tempi? Pensi al legno che avevano – cedri del Libano e abeti. Lei sa come fece lavorare la gente sui monti. Ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto stare su quei monti e sentire le scuri risuonare e ascoltare i discorsi. E poi c’erano melagrane e cherubini, e quanto all’argento, all’oro, dovevano essere comuni come la terra. Quand’ero bambina imparai a memoria quei passi delel Scritture e a volte ora, quando sto seduta davanti al fuoco, mi piace ripetere quei versi sull”uomo di Tiro, esperto nel lavorare l’oro, l’argento, il rame, il ferro, la pietra, il legno, la porpora, lo zaffiro, il lino fino e il cremisi.’ Mio Dio! com’è ricco!”

Trasse un lungo respiro, come di sazietà appagata. Gli occhi del maestro ardevano sotto le folte sopracciglia.

“Poi a quei tempi le cose avevano un profumo tanto buono,” continuò la signorina Susan. “Avevano mirra e incenso, e chi sa cos’altro. Non preparo mai il mio macinato di carne, se prima non annuso la scatola delle spezie per rinfrescarmi la memoria. Non importa da dove parto, in un modo o nell’altro torno sempre a Salomone. Beh, se il capitano Ben vuole vedere paesi stranieri, immagino che sarebbe contento di sedersi un po’ nel tempio.

Mettiamo su un altro pezzo di legno – quello grosso lì vicino a lei. Mio Dio! è la notte prima di Natale, vero? Mi sembra che il fuoco non prenda, metta pure un altro ciocco”

C’era qualcosa di traboccante, di impetuoso nel suo godimento, che faceva sorridere il maestro, ed egli si prodigò di nutrire con un legno dopo l’altro le fiamme voraci. L’acero si induriva in braci più luminose dello stesso tripudio autunnale; la delicata corteccia della betulla divampava e si consumava più rapidamente.

“Signorina Susan,” disse lui, “non preferirebbe vedere di persona tutte queste persone?”

“Oh, non so! Preferisco di gran lunga starmene qui a pensare a loro. Posso prendermi cura di loro altrettanto bene nella mia mente, e forse mi soddisfano più di quanto farebbero se li vedessi. A volte li faccio sfilare attraverso questa cucina, re e regine e tutto quanto. Mio Dio! come risplendono, tutti coperti di pietre preziose. Non ho mai visto un diamante, ma immagino di sapere bene che aspetto avrebbe.”

“Supponiamo di poter offrire un pranzo di Natale – cosa dovremmo avere?”

“Avremmo buoi arrostiti interi, e miele… e… ma non riesco ad andare oltre.”

Il maestro possedeva un tesoro a lei sconosciuto, e disse melodicamente:

… “un mucchio
Di mele cotogne candite, susine, e zucca;
Con gelatine più soffici della panna cagliata
E sciroppi lucidi, tinti di cannella;
Manna e datteri, trasportati sulle navi
Da Fez; e prelibatezze speziate, ognuna,
Dalla setosa Samarcanda al crinito Libano.”

“Sì, ha un suono davvero bello. Non è come la Bibbia, ma è bello.”

Rimasero seduti a sognare e il fuoco divampò in vividi arabeschi, tingendosi di blu negli angoli. Un pezzo di legno si spezzò cadendo in cenere, la signorina Susan si risvegliò scuotendosi con vigore.

“Ecco!” disse, “a volte penso che sia quasi peccaminoso fingere, tanto è duro scuotersi da un sogno. Dopo tutto questo, non so se domani quando Solon verrà a prendere qui il pastone dei maiali, mi sentirò dirgli: ‘Ecco, l’incenso!'”

Risero insieme, il maestro si alzò per accendere la sua lampada. Esitò sulla via per le scale, poi tornò indietro per posarla di nuovo.

“C’è ancora molta gente cui non abbiamo provveduto,” disse. “Non abbiamo pensato cosa daremmo a Jenny.”

“Immagino che Jenny abbia già quel che il suo cuore desidera.” La signorina Susan annuì saggiamente. “Le ho mandato una scatola, con una torta di frutta, sottaceti e formaggio. Lei è a posto così.”

Il maestro esitò, alzando e abbassando lo stoppino della lampada. Poi parlò, un po’ timidamente: “Cosa vorrebbe dare a suo padre?”

Il viso della signorina Susan si offuscò con quello sguardo sognante che a volte si posava sui suoi occhi come un velo di foschia.

“Beh,” disse, “immagino che qualunque cosa gli dessi, lo farebbe solo ridere.”

“Fiori… e velluto… e miele… e mirra?”

“Sì,” rispose la signorina Susan con gravità. “Forse è meglio così, certe cose non si trovano nei negozi.”

Il maestro riprese la sua lampada avviandosi verso la porta.

“Non si può mai dire,” disse. “Può darsi che le persone desiderino terribilmente delle cose senza saperlo. E se anche ridessero! È meglio ridere che piangere. Io darei tutto quel che posso. Buonanotte.”

La signorina Susan coprì il fuoco con la cenere e mise la sua pasta lievitata sul focolare, dopo aver controllato che non stesse crescendo troppo in fretta. Dopodiché, coprì le piante vicino alla finestra e spense la luce, così che la luna potesse fare i suoi comodi. Si trattenne un momento, guardando fuori in un mondo scintillante della sua luce pallida. Non un alito di vento. L’universo visibile giaceva addormentato, solo la bellezza era sveglia. Si sentiva pervasa da un’emozione tumultuosa – la sensazione che la vita potesse essere tanto più luminosa, se solo osassimo modellarla così come ci appare nei sogni. La piacevolezza e la quiete della terra parvero quasi sfidarla, solo loro facevano sembrare possibile anche per lei osare.

La mattina dopo si alzò prima del solito, mentre il maestro dormiva ancora. Si fermò solo per accendere il fuoco in cucina, poi rimase immobile un momento prima di decidersi. Il giorno iniziava a biancheggiare là fuori con lenta, inconsapevole regalità. Il pallido albore invernale cedeva il passo a un rosa pastello; nulla nell’aspetto del cielo pareva contraddire la promessa della notte precedente. Le sembrava un giorno meraviglioso, drammatico, visibile nella pace, perché, in quella mattina, tutto il mondo aveva gli occhi rivolti al cielo e non ai desideri individuali. Andò al cassetto del comò in soggiorno e guardò, un po’ sprezzante, i due pacchetti lì nascosti. Fazzoletti per il maestro, calzettoni e guanti per Solon! Chiudendo il cassetto, si affrettò fuori in cucina, afferrando le forbici dal cestino del lavoro lungo la strada. Non si diede il tempo di pensare, ma andò dritta al vaso e cominciò a tagliare i fiori di geranio e le rose. Le fucsie pendevano con una grazia quasi sfrontata. Le erano più care di tutti. Le tagliò senza riguardi, e poiché il mazzo aveva un’aria ancora misera, spezzò la cima del suo geranio odoroso disponendo i fiori frettolosamente nel mazzo. Un mazzolino profumato e bello, che parlava al cuore. Mettendosi uno scialle in testa, avvolse i fiori nel grembiule per proteggerli dal gelo, e uscì nella giornata splendente. Il piccolo sentiero traverso tra la sua casa e l’altra era sepolto dalla neve; ma lei prese la strada e, affrettandosi tra muri di candido intaglio, risalì il vialetto di Solon fino alla porta laterale. Entrò da lui tovandolo in piedi davanti alla stufa della cucina, scaldandosi le mani alla prima fiamma. Le guance di Susan erano rosse per l’aria pungente che aveva appena sfidato, ma aveva l’aspetto di chi, per seguire una legge più grande, aveva bandito la paura degli stolti. Gli andò dritta incontro porgendo i suoi fiori.

“Ecco, Solon,” disse, “è Natale. Ti ho portato questi.”

Solon guardò lei e guardò il mazzolino, vagamente sorpreso. Tendendo le mani e li prese goffamente.

“Beh!” disse, “Beh!”

Susan gli sorrideva. Aveva in quel momento la sensazione che il mondo fosse un luogo inredibilmente ricco, poiché puoi prendere tutto quello che vuoi e dare tutto quello che scegli di dare.

“Beh,” osservò di nuovo Solon, “credo che li metterò nell’acqua.” Li posò su una sedia. “Susan, ti ricordi quella volta che andai a Pine Hill a cogliere per te dei fiori di maggio, quando stavi guarendo dalla febbre polmonare?”

Lei annuì.

“Susan,” disse lui disperatamente, “e se ti chiedessi di dimenticare i vecchi conti in sospeso e ricominciare tutto da capo?”

“Non ho rimpianti,” rispose Susan, guardandolo dritto in faccia con il suo sorriso raggiante.

“C’è qualcosa che avrei tanto voluto dirti, in questi due anni. Penso che tu non te ne ia mai accorta, ma quella notte che baciai tua sorella nell’ingresso e chiedendole di sposarmi, in realtà pensavo che fossi tu.”

“Sì, lo sapevo benissimo. Ero nella dispensa e sentii tutto. Ora però non parliamone più.”

Solon fece un passo avanti.

“Ma lo vuoi, Susan?” insistette. “Lo vuoi? So che a Jenny piacerebbe.”

“Immagino di sì, anche a lei ne sarebbe contenta,” disse Susan. “Ecco! Non c’è bisogno di dire altro! Vieni a colazione da me, vero? Ho intenzione di friggere il pollo. È la mattina di Natale.” Gli fece un cenno con il capo e uscì, camminando forse con più orgoglio del solito lungo il sentiero scintillante. Solon, incurante della sua cucina che si raffreddava, rimase sulla porta a guardarla. Non diceva mai molto lui, ma si sentiva come se la vita ricominciasse, proprio come aveva sempre desiderato che fosse fin dall’inizio. Dimenticò per un momento i suoi capelli grigi e le rughe nel viso, proprio come dimenticò il freddo e la neve. Era la primavera dell’anno.

Quando la signorina Susan entrò in cucina, il maestro era sceso e stava mettendo un pezzo di legno nella stufa.

“Buon Natale!” esclamò, “e ecco qualcosa per lei.”

Un lungo pacchetto bianco giaceva sul tavolo, all’estremità dove veniva sempre apparecchiato il suo piatto. Lei lo aprì con tocchi delicati, tanto sembrava prezioso.

“Perbacco!” disse. “Un ventaglio!” Lo sollevò, e la fragranza di un bosco orientale riempì tutta la stanza. Aprì le piume. Erano bianche e meravigliose.

“Non è mai stato usato, tranne che da una donna molto bella,” disse il maestro, senza guardarla. “Era molto più grande di me; ma in qualche modo sembrava appartenermi. Morì, e ho pensato che mi sarebbe piaciuto che lei lo tenesse.”

Susan lo agitava avanti e indietro davanti al viso, smuovendo l’aria alla fragranza. I suoi occhi erano pieni di sogni. “Mio Dio! com’è ricco!” mormorò. “La Regina di Saba non poteva averne uno più bello. E Solon viene a colazione.”

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