Ada Negri, Gelosia. Racconto breve (1917), Audiolibro.
Questo racconto di Ada Negri, uscito nel 1915 nella raccolta delle “Solitarie”, è inserito in una cornice narrative piuttosto semplice, due donne che si incontrano e parlano tra loro. L’autrice ricorre spesso a questo sistema, tanto da averne fatto una sezione interna alla raccolta, come format autonomo.
Il contrasto fra la calma della terrazza a Zurigo e l’orrore della storia che viene poi raccontata, creano in parte lo straniamento critico, mantenendo però la consapevolezza che questo può accadere anche a noi stessi. Inoltre, consente di comprimere il tempo riassumendo lunghe esperienze, rompendo l’unità di tempo e spazio.
Interessante il linguaggio figurato di Ada Negri, poetessa lirica di straordinaria vivacità, come l’idea del salnitro che corrode l’edificio relazionale nella coppia, o la violenza inaudita contro il gatto domestico. Materializzare i sentimenti astratti in oggetti o azioni concrete, un classico procedimento di interpretazione metaforica della realtà. In questo la raccolta eccelle con esempi di lirica visionaria, dove la narrativa sconfina nella poesia.
Un’altro aspetto degno di rilievo è il ricorso al monologo introspettivo, che pone la Negri al livello di autrici internazionali come Virginia Woolf o Katherine Mansfield. Gran parte del racconto è la voce di Marica che ripercorre anni di sofferenza in pochi minuti, comprimendo il tempo. Un intero matrimonio fallito viene qui riassunto in poche pagine senza perdere l’intensità emotiva. Uno stile che ritroviamo in molti racconti di Maupassant pubblicati su questo canale.
Infine, la testimonianza: raccontarsi è per Marica testimoniare, denunciando una condizione condivisa da molte donne del suo tempo e purtroppo, anche da molte donne di oggi. Testimoniare può essere un atto politico, senza diventare un manifesto didascalico, mantenendo cioè l’aspetto intimo e personale del racconto.
Spunti per il dibattito:
Ada Negri descrive la gelosia di Paolo non come una prova d’amore, ma come un “cancro dell’anima” e una “brutale forma di tirannide”. Secondo voi, esiste un limite oltre il quale la gelosia smette di essere “cura per l’altro” e diventa puro esercizio di potere? Avete mai percepito la gelosia di qualcuno non come amore, ma come possesso?
Un punto di svolta scioccante è quando Marica scopre che il marito non ha mai creduto davvero ai suoi tradimenti, ma usava il sospetto solo per vederla soffrire e “dibattersi innocente”. Cosa ne pensate di questa forma di manipolazione? È possibile che a volte si accusi l’altro non per paura di perderlo, ma per il piacere sottile di vederlo vulnerabile e in una posizione di difesa?
Marica ammette di essersi presa un amante non per amore, ma per “un’arsura inutile e stupida di vendetta”, finendo per diventare ciò che il marito le rinfacciava ingiustamente. La vendetta può davvero liberare o finisce solo per distruggere la parte migliore di noi? Marica ha fatto bene a “dare ragione” ai sospetti del marito per colpirlo, o ha solo perso se stessa nel processo?
Il finale è amarissimo: i due restano insieme “raccogliendo i cocci”, fingendo una normalità che non esiste più. Ada Negri parla di “morte nell’anima” ben prima della morte fisica. Perché secondo voi molte coppie scelgono di restare in un’unione “infranta” invece di separarsi? È solo per convenzione sociale (come nel 1917) o c’è una paura più profonda della solitudine che ci tiene legati anche a chi ci ha fatto del male?
Marica spiega di non essersene andata perché non aveva un’arte o un guadagno proprio, essendo stata “comprata” dal lusso del marito. Quanto conta l’autonomia economica nella libertà sentimentale? Il racconto di Ada Negri, scritto oltre un secolo fa, è ancora attuale in questo senso?
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